Le sofferenze delle banche e la sofferenza dei risparmiatori


Sofferenze è una parola di per sè auto esplicativa. Nel caso delle banche ha però anche un valore di tecnicismo: le sofferenze rappresentano infatti l’ultimo stadio dei crediti deteriorati. Questi si classificano  in quattro categorie: crediti scaduti (per i quali non è stato possibile rispettare la data di restituzione dell’importo); crediti ristrutturati (vengono concesse rate di minor importo su un orizzonte temporale più lungo); crediti incagliati (per i quali non essendo praticabile la riscossione si agisce per vie legali o si prospetta la cessione del credito a intermediari specia­lizzati nel recupero) e infine sofferenze. In quest’ultimo caso i debitori sono accertati come insolventi e di fatto le possibilità di rientro sono ridotte ai minimi termini. Un dato significativo è che il sistema Italia totalizza 200 miliardi di euro di sofferen­ze: un importo che vale quasi 10 Leggi di stabilità e che è quasi quintuplicato negli ultimi 7 anni. Non c’è da stupirsi che in questo scenario le banche abbiano ridotto al lumicino il credito alle Pmi e che, proprio negli anni dell’esplosione delle sofferenze, l’economia reale abbia vissuto una fase di contra­zione per la quale solo ora si vedono (forse) i primi segnali di inversione di tendenza. Nonostante questo quadro congiuntu­rale, lo ricchezza complessiva delle famiglie italiane è rimasto elevata grazie soprattutto all’accumulo di risparmio negli anni passati. Ad oggi lo ricchezza delle famiglie vale ancora 4 volte il debito pubblico e 8 volte il reddito disponibile. Una fetta importante (circa il 60%) è però investita in immobili dove è ondata quasi distrutto la capacitò di generare valore attra­verso l’affitto. Orfani dei BOT e del reddito da immobili, molti risparmiatori si sono fotti tentare dalle cedole delle obbligazio­ni bancarie e in particolare dalle emissioni subordinate. Ma le notizie dell’ultimo periodo hanno evidenziato come in molti cosi questo decisione non si sia rivelata “fortunata”, anzi.

Arriva il bail-in. Chi paga il conto?

Il 16 novembre 2015, con lo pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dei decreti legislativi 180 e 181, il Governo italiano ho dato il via libera al recepimen­to, dal 10 gennaio 2016, della direttiva europea sulle “risoluzioni bancarie”. Con il termine “risoluzione” si indico un processo di ristrutturazione ordinato gestito dall’Autorità di risoluzione (nel nostro Paese lo Banca d’Italia) che mira o garantire lo continuità dei servizi essenziali offerti dalla banca (ad esempio i servizi di pagamento e i depositi), anche se l’istituto è in dissesto o o rischio dissesto.
Tra gli strumenti che costituiscono l’ossatura del nuovo quadro normativo, una delle principali novità è costi­tuita dall’introduzione del bail-in (letteralmente salva­taggio interno). Questo significa che in determinate circostanze, i costi della ristrutturazione potranno essere limitatamente sopportati dal sistemo bancario nel suo complesso, attraverso un “fondo di solidarietà” E signi­fica che in seconda battuta saranno chiamati in causa gli azionisti e gli obbligazionisti dello banco stessa. In particolare i primi chiamati a “pagare il conto” saranno gli azionisti, seguiti dai detentori di obbligazioni subor­dinate (titoli Additionol Tier l e Tier 2) e poi dagli obbligazionisti senior. I depositi intestati o persone fisiche e piccole e medie imprese saranno “oggredibili” per la parte eccedente i 100 mila euro. Bisogno però rimarcare che il Fondo di Garanzia Interbancario, che “tutelo” i primi 100 mila euro, dispone di risorse per 1,2 miliardi di euro a fronte di depositi complessivi per quasi 600 miliardi di euro.

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